A Napoli, nel 500 ci fu un efferato delitto. Da quel giorno tutto il vicinato ha giurato di aver udito delle urla provenire dal palazzo

UNA STORIA CINQUECENTESCA DI BELLI E DANNATI, DI MUSICI E DI VENDETTE EFFERATE:

“MORTE, AMOR, FORTUNA, IL CIEL V’UNIRO” “ORA NULLA PIÙ VI DIVIDE”

Di Gabriella Cundari

Maria d’Avalos, nata nel 1560, famosa per la sua bellezza e nobiltà, era figlia di Carlo d’Avalos, Principe di Montesarchio e di Sveva Gesualdo, sorella di Fabrizio II, Principe di Venosa, tra i Casati più potenti della feudalità italiana. Per volere della madre, a 15 anni Maria fu data in matrimonio a Federico Carafa, figlio di Ferrante Carafa, marchese di S. Lucido e di Beatrice della Marra, definito dai nobili dell’epoca “un angelo terreno”.

Bellissima come una Venere lei, lui un potenziale Achille, due figli e un matrimonio brevissimo, conclusosi con la morte di Federico.

Di nuovo sposa nel 1580 con il marchese Alfonso Gioieni, di nuovo vedova dopo due anni, cominciarono le prime dicerie sulla sua bellezza che donava morte. Rientrata a Napoli, a ventisei anni nel 1586, le fu combinato, con dispensa papalina di Sisto V, il matrimonio con Carlo Gesualdo, Signore di Venosa e cugino di sangue per ramo materno.

L’uomo  aveva parenti potenti come i Borromeo e il papa Pio IV. I due andarono ad abitare in una casa reale di vico S. Domenico n° 9 di Napoli, vicino la Chiesa di S. Domenico, oggi più nota come Palazzo Sansevero, perché vi dimorò nel XVIII secolo il Principe di S. Severo, Raimondo de Sangre, filosofo, alchimista ed appassionato di magia e di ricerche esoteriche. Maria conduceva vita di corte, Carlo si dedicava ai madrigali, divenendo il “Principe dei Musici”.

Quattro anni dopo la nascita del primogenito Emanuele, in una festa di ballo, Maria d’Avalos, incantevole e ricca, s’incontrò con Fabrizio Carafa, duca d’Andria, di circa trent’anni, considerato il cavaliere più bello della Città. Fabrizio, padre di quattro figli, era sposato con Maria Carafa, figlia di Luigi, Principe di Scigliano, docile, devota e sottomessa al marito libertino; abitavano nel Palazzo di largo San Marcellino, oggi sede dell’Istituto Tecnico Elena di Savoia.

Tra i due già durante il primo incontro nacque la passione e gli incontri clandestini si moltiplicarono. Ma anche uno zio di Carlo, Don Giulio Gesualdo, si era invaghito in tal modo della nipote che però lo aveva respinto; venuto a conoscenza della relazione clandestina, fu felicissimo di vendicarsi, informando immediatamente il marito Carlo Gesualdo, che cominciò a spiare la vita privata della moglie. Gli incontri tra i due amanti si svolgevano anche nel palazzo d’Avalos.

Un giorno il Principe madrigalista finse di organizzare una battuta di caccia nell’agro partenopeo, agli Astroni, ribadendo con insistenza che, dato che la caccia sarebbe stata particolarmente impegnativa ed estenuante, per quella sera non si sarebbe ritirato a casa. Era martedì 16 ottobre del 1590. Maria d’Avalos, quella sera, dopo aver cenato, era andata a letto. Verso le ventidue, chiamò la sua cameriera Silvia Albana e le raccomandò di non andare a dormire e di sorvegliare attentamente che nessuno venisse nei pressi.

La donna, però, si addormentò e si svegliò sentendo un gran fracasso, trovandosi davanti innanzi a tre uomini armati, che s’introdussero velocemente nella stanza della padrona. Uno di questi aveva in mano un’alabarda. Successe tutto così all’improvviso che nel trambusto si sentirono solo due schioppettate.

Solo dopo entrò nella stanza anche Don Carlo Gesualdo, anch’egli armato con un’alabarda che entrò come una furia nella camera della moglie. Silvia Albana riuscì a fuggire, ritornò la mattina dopo e trovò Maria d’Avalos, ancora nel proprio letto, con la gola recisa.

In prossimità della porta, c’era il corpo esanime del Duca d’Andria, colpito da un archibugio al braccio sinistro e alla testa La stanza della morte è stata individuata nell’angolo sinistro del Palazzo, al secondo piano.

 

Questo efferato delitto generò molte leggende, anche scabrose, infatti da quel giorno tutto il vicinato ha giurato di aver udito delle urla provenire dall’ interno del palazzo, e quando nel 1889 un’ ala del castello crollò, sono iniziate pure le apparizioni.

Mentre le indagini avviate quella mattina per ordine del Viceré, trattandosi di famiglie così in vista dell’Aristocrazia ed imparentati con papi, cardinali e potenziali santi, furono dallo stesso archiviate con la motivazione che l’assassino aveva lavato col sangue il suo onore e quello del suo Casato, ma si disse subito che quel proscioglimento era stato pagato con molto oro.

A Napoli, in quel clima caldo e rovente di continue repressioni, quell’archiviazione scatenò il popolo con polemiche e tafferugli contro gli Spagnoli.

Curiosita’

Da allora, nelle notti senza luna,l’ombra evanescente della bella Maria vaga tra l’obelisco di S. Domenico Maggiore ed il portale del palazzo di S. Severo. Intorno alla piazza, a quella vetusta dimora che fu teatro d’amore e di passione, di vendetta e di morte. il suo incedere sembra riecheggiare per gli oscuri vicoli circostanti i versi ispirati al Tasso dalla sua tragica vicenda:

    “Piangete o Grazie, e voi piangete Amori,
feri trofei di morte, e fere spoglie
di bella coppia cui n’invidia e toglie,
e negre pompe e tenebrosi orrori…
…la bella e irrequieta Maria. …