Jean-Paul Sartre: ” Napoli la amo ma mi fa fa anche orrore”

Una città in rovina..la amo ma mi fa anche orrore

Jean-Paul Sartre: ” Napoli la amo ma mi fa fa anche orrore” Racconti del suo viaggio a Napoli nel 1963, nel 1951 il filosofo soggiornò anche a Capri isola che definì sacra

Di: Pier Luigi Ragazzano-Repubblica

Jean-Paul Sartre è stato un filosofo uno  scrittore un drammaturgo un critico letterario e un attivista. nacque in Francia  nel 1905 e li si spense nel 1980. Sartre è considerato uno dei più importanti  rappresentanti della corrente dell’esistenzialismo, salvo poi prenderne le distanze  quando divenne sostenitore dell’ideologia marxista.

Sartre è famoso anche per aver rifiutato il premio nobel per la letteratura e la Legion D’onore  disse in merito a questi rifiuti: ” Io sono ancora in vita e questi premi non hanno un reale valore, solo a posteriori, dopo la morte, è possibile esprimere un giudizio sull’effettivo valore di un letterato”. 

 

VIAGGIO A NAPOLI

La prima volta il viaggio a Napoli fu faticoso, la città era rovente e attesero l’arrivo della notte per un po’ di tregua dal caldo. Jean-Paul Sartre stringeva la mano dell’amata Simone de Beauvoir, nell’altra la mappa per orientarsi nelle vie deserte attorno al Rettifilo ed entrare a fondo nel corpo reale e pulsante della città che riportava i segni dello sventramento del piano di risanamento, dopo il colera del 1884, e degli interventi di cieca modernizzazione del Fascismo, che di lì a pochi anni l’avrebbero resa «una Milano in riva al mare».

Così scrisse Sartre di quell’estate del 1936 in una lunga lettera alla discepola (e amante) Olga Kosakiewicz, esperienza di “Spaesamento” sensoriale raccontata poi nell’omonimo racconto che si può leggere nell’edizione di Dante&Descartes, e che prelude di due anni, tra i Quartieri Spagnoli, alla battaglia dell’uomo moderno ne “La nausea” di Roquetin/Sartre contro l’insensatezza dell’esistenza. Quindici anni dopo il filosofo ritornò in Italia, per un viaggio solitario. Era l’autunno del 1951, e dopo aver dedicato gran parte delle sue energie al saggio sull’opera di Jean Genet decise di partire con «le mani in tasca e della carta bianca in valigia». La carta era un quaderno su cui segnerà il titolo “La regina Albemarle o l’ultimo turista”, raccolta di immagini di città italiane che Il Saggiatore ripubblica ora sul testo annotato dalla figlia di Sartre, Arlette Elkaïm.

La scelta del periodo non è un caso, infatti Sartre attende che si sia un po’ calmata l’ondata turistica che in estate già invade le città italiane uscite dalle ferite della guerra con gioiosa incoscienza e ansia di rinascita. A vegliare su di lui, ultimo turista che vagabonda inseguendo tracce di passato prima che si estingua del tutto, è la figura misteriosa della regina Albemarle, sovrana protettrice e musa del suo sguardo che lo conduce a Napoli, «città in putrefazione, la amo e ne ho orrore», descritta con flash rapidi, sotto un cielo livido e impietoso che lo accompagna fin da Capua. «Ecco il mare, ecco altri casermoni gialli o rosa, panni ai balconi, marmaglia, carogne».

Resta per poco questa volta, alla città che riversa fuori se stessa ogni suo elemento — un corpo squartato eppure sempre vivo, come gli era apparsa nel 1936 — preferisce Capri, isola rocciosa che però, fissando bene le rupi, la vetta del Solaro e di Villa Jovis si muove, sembra colta da una metamorfosi che la rende simile a un’aquila maestosa che lo insegue mentre con deferenza visita i luoghi di Gor’kij, Munthe, Rilke. Un viaggio che può fare solo chi lascia allontanare la frotta dei turisti, così può davvero comprendere che «Capri è sacra». E guidato da un unico obiettivo: «Non vederla, ma avvertirvi una certa qualità di emozione».